|
Thursday 02 September 2010 |
|

"Ventotto anni fa, dopo che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva compreso il nesso tra politica, potere economico e mafia, e il governo aveva fatto cadere nel vuoto la sua richiesta di adeguati poteri, la mafia lo assassino' assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di polizia Domenico Russo. Fu solo mafia? Ci fu qualcuno che lo tradi' dall'interno delle istituzioni?". Sono questi gli interrogativi che si pone il senatore del Pdl Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e rappresentante speciale Osce per la lotta alle criminalita' transnazionali, alla vigilia della commemorazione dell'assassinio del generale Dalla Chiesa. "Dopo ventotto anni ci interroghiamo ancora. Credo che, su tutte le vicende come questa, da Mattarella e La Torre sino alle stragi del '92/'93, occorra che si faccia giustizia e verita' per rispetto dei morti e per ridare forza alla nostra democrazia profondamente ferita da misteri di mafia che diventano misteri di Stato". Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (3) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 42 |
|
|
CRONACHE PARLAMENTARI:INTERVISTA AL SEN.VIZZINI |
|
|
|
|
Monday 09 August 2010 |
|

Se usiamo un po’ meno il megafono e un po’ più la penna per fare provvedimenti utili alla Sicilia eviteremo di trovarci, tra qualche tempo, con il problema di dover trovare le risorse per pagare gli stipendi ai dipendenti della pubblica amministrazione”. Così il senatore Carlo Vizzini, parla dell’economia siciliana in una prospettiva federalista. Spiega quanto sia necessaria l’istituzione di una camera di compensazione che abbatta le differenze tra regioni ricche e regioni povere.
A che punto è il processo federalista? Sono tra quelli che ha considerato sempre il processo federalista una buona occasione per un miglior funzionamento dello Stato perché l’organizzazione federale del Paese può consentire avvicinando i fornitori dei servizi ai fruitori degli stessi di responsabilizzare chi amministra. Il nostro è un Paese, fin troppo abituato ad affibbiare responsabilità al Governo di Roma quando le cose non vanno per il verso giusto. Certo, è pur vero, che con federalismo si intende affidare alle province, ai comuni e alle regioni precise responsabilità non solo dal punto di vista dei servizi cheforniscono ma anche dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie che oggi sono in gran parte di finanza derivata e che dovranno diventare responsabilità diretta degli amministratori.La logica da seguire sarebbe quella per cui sia lo Stato a mettersi al servizio del cittadino. Cosicché quest’ultimo si possa trovare in un rapporto di democrazia diretta. Il cittadino viene, in pratica, messo in una situazione che definisco in tre parole: pago, vedo e voto. Lo Stato mi chiede di partecipare alla spesa pubblica perché io possa ricevere dei servizi, vedo come vengono utilizzati i miei denari e come vengono forniti i servizi e da questo deriva il mio consenso. Il che farebbe funzionare meglio la democrazia. Questo è ciò che dovrebbe accadere in teoria. Lapratica, al momento, è però lontana. E la ragione è presto detta. L’Italia ha un’economia duale. Per cui vi sono regioni che riescono ad avere gettiti di entrate e di risorse che sono altamenteal di sopra dei loro fabbisogni e altre che, invece, sono al di sotto. Da qui nasce l’esigenza di creare una stanza di compensazione perché se facessimo un federalismo competitivo, di fatto, l’Italia si spaccherebbe in due. Proprio su questo aspetto, quello del divario economico tra le regioni, l’area finiana ha mosso alcunecritiche. Cosa risponde? Rispondo tirando in ballo l’aspetto solidale del federalismo. Perché si realizzi è necessario che sussistano due condizioni: quella dei costi standard che consentono di capire quanto deve costare un singolo servizio e quella di mettere il Paese in condizione di utilizzare la chiave della solidarietà.Per quest’ultimo aspetto la costituzione prevede una legge dello Stato con la quale si istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazioni per le regioni con minore capacità fiscale per abitante. Quanto ci costerà tutto questo? L’attuazione del federalismo fiscale deve essere fatta a costo zero. Il migliore utilizzo delle risorse insieme ad un decentramento e a un principio di responsabilità possono portare ad avere migliori servizi senza aumentarne il costo. Devo, però, ammettere che questo tipo di ragionamento va fatto in prospettiva. A voler essere onesti, infatti, nell’immediato il processo federalista potrebbe avere un costo iniziale. Dobbiamo tenere conto che lo spostamento di servizi determinerà, senza dubbio,una conseguente mobilità di personale.
Facile dunque immaginare come questo aspetto possa costituire un problema per la Sicilia. Si, proprio così. La Sicilia è una regione a statuto speciale. La Commissione che io presiedo, quella per l’Attuazione del federalismo, è una delle tre commissioni che ha trattato in Senato il merito del federalismo fiscale. Un raro provvedimento che ha visto per la prima volta tre commissioni, la mia per l’appunto, Affari Costituzionali e Bilancio, lavorare insieme per fare una legge. Sono stato tra quelli che si sono battuti perché fosse inserito l’articolo 27 che afferma il principio in base al quale le regioni devono concorrere al conseguimento degli obiettivi di perequazione e solidarietà, rispettare il patto di stabilità interno ma debbono farlo secondo criteri e modalità stabiliti da norme di attuazione dei rispettivi statuti. Queste regole vengono definite seguendo le procedure previste dagli stessi statuti entro ventiquattro mesi. Termine, come da prassi, stabilito per i decreti delegati. Le regioni a statuto speciale devono restare dentro questo confine. Ma devono farlo tenuto conto delle loro condizioni e modificando, qualora fosse necessario, le norme statutarie attraverso la commissione paritetica. La legge stabilisce un tavolo di confronto tra il Governo e ciascuna Regione. A che punto è il lavoro finqui svolto? Il tavolo deve essere convocato dal Ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto. Al confronto partecipano, oltre al Presidente della Regione a statuto speciale, il Ministro per i Rapporti con le Regioni, il Ministro per il Federalismo, il Ministro per la Semplificazione, il Ministro per l’Economia e il Ministro per le Politiche Europee. Mi risulta che, rispetto a tutto quello che si sta facendo con i decreti delegati, non ci siano stati incontri promossi da e per conto della Regione siciliana. Credo proprio che, continuando di questo passo, avremmo problemi seri nel partecipare attivamente a questa grande scommessa. La Sicilia sta portando avanti una forma di protesta e di resistenza alquanto antiquata come formula rivendicazionista. Il tema, invece, deve essere quello della partecipazione attiva e fattiva. Lo abbiamo dimostrato, di recente, a Roma con la battaglia per la proroga di un anno per 23.500 precari siciliani. Il nodo della matassa sta tutto qui. Se la Regione non ha il coraggio di aprire un tavolo politico e di porre la vera questione siciliana che è rappresentata da i circa centomila precari che lavorano nell’Isola, purtroppo, nella logica dei costistandard non entreremo mai. Questo perché il governo siciliano, ad oggi, non ha ancora messo mano ai progetti di stabilizzazione.
Cosa si può e si deve fare per sbloccare questa situazione? Mi viene in mente una frase di Piersanti Mattarella quando si accorse di come andavano le cose in Sicilia. Disse che il primo sforzo che la Regione doveva fare era quello di mettere le proprie carte in regola. La Sicilia può farlo? Possiede gli strumenti per attuare un cambio di rotta? La Sicilia deve farlo se vuole sopravvivere e stare all’interno del sistema. Potrebbe cominciare con una politica di tagli e di austerità. Non mi risulta che la giunta di Governo si sia riunita per parlare di risparmio e di tagli. Anzi, lo ha fatto per nominare altri consulenti e, quindi, maggiori spese per l’Isola. I Ministri e i Sottosegretari di questo Governo nazionale hanno avuto un taglio nelle loro retribuzioni. Anche il Parlamento siciliano ha dato un chiaro segnale nella direzione del contenimento della spesa pubblica. Io dico che se si comincia ad entrare nelle pieghe del bilancio partendo da storie come la famosa tabella H si può fare tanto per ridimensionare la spesa totale della Sicilia. Allo stesso tempo, cercherei di vedere con il Governo nazionale due aspetti fondamentali: stabilire una scadenza entro la quale ammortizzare la presenza dei precari ed avere il coraggio di analizzarne la valenza economica nell’economia siciliana. Le colpe non sono solo dei governanti siciliani ma anche di quelli nazionali. L’assenza di infrastrutture è una colpa atavica del Governo nazionale. Basta pensare al sistema ferroviario o al danno ecologico creato in Sicilia dalla scelta di un’economia fondata sul petrolio. Per uscire fuori da questo momento storico bisogna avere la forza e il coraggio di intestarsi una o più proposte da discutere e da affrontare davanti al Governo nazionale. Senza l’assunzione di una responsabilità comune la Sicilia resterà ferma al palo. Devono essere rinegoziate le ragioni dell’autonomia perché avevamo le entrate tributarie più un fondo di solidarietà e gli interventi strutturali. Adesso, abbiamo solo le entrate tributarie di una delle regioni più povere d’Italia; nulla di più. Abbiamo scelto l’occupazione senza sviluppo: lo stipendificio. Questa terra ha bisogno di un patto nuovo da fare con lo Stato. Lo statuto, scritto nobilmente dai nostri padri, deve adattarsi ai cambiamenti dei nostri tempi. Penso che, dopo la pausa estiva, sia opportuno, anzi necessario, ripartire con una proposta forte fatta di provvedimenti e di cose concrete. Cristina Lombardo
Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (6) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 62 |
|
|
DA GDS: INTERVISTA AL SEN. CARLO VIZZINI |
|
|
|
|
Wednesday 04 August 2010 |
|

“È una vittoria dell’antimafia della ragione, quella che, per la prima volta nella storia, produce leggi di contrasto alle mafie non sull’onda dell’emozione prodotta dalla violenza stragista, ma nella serena consapevolezza che è un dovere sconfiggere le mafie”. Lo sostiene il sen. Carlo Vizzini, Presidente della commissione Affari costituzionali, intervenuto in Aula al Senato per dichiarazione di voto sul codice antimafia. Il ddl approvato punta i riflettori soprattutto sulla mafia imprenditoriale e finanziaria, cioè quella del nuovo millennio… Intanto il provvedimento arriva a compimento di un percorso preciso. Il valore dei beni sequestrati durante questa legislatura è di 12 miliardi di euro, 48% in Sicilia, e sono stati arrestati 26 dei 30 latitanti più pericolosi. Il carcere duro per i mafiosi è stato reso ancora più duro, senza nessuna concessione sul 41 bis. Quali sono le misure centrali del provvedimento, passato all’unanimità sia alla Camera che al Senato? Il fine è quello di ordinare, razionalizzare e ove necessario integrare la disciplina in materia di normativa antimafia, di misure di prevenzione, di certificazione antimafia e di operazioni sotto copertura. Inoltre è stato introdotto un codice delle leggi antimafia, delle misure di prevenzione e della documentazione antimafia. Sono previste misure sull’utilizzo di C/C per operatori economici in appalti pubblici, per il trasporto di materiale impiegato nei cantieri e per l’identificazione degli addetti ai cantieri, sanzioni severe in materia di tracciabilità dei flussi finanziari. Inoltre sono state introdotte norme per i coordinamenti interforze antimafia a livello provinciale ed è stata istituita la stazione unica appaltante. Ironia della sorte, il testo è stato approvato nel giorno in cui il Vicepresidente della commissione Antimafia, il finiano Fabio Granata, lancia l’allarme su alcune violazioni del codice etico antimafia, riguardo le candidature dei politici. Non me ne meraviglio. Il dramma di questi codici è che non sono imperativi. Se i partiti non li rispettano, assumendosi le loro responsabilità, nessuno li può imporre. Il fatto è che bisogna lavorare concretamente su questo tema, evitando polemiche e strumentalizzazioni, che di sicuro favoriscono solo la mafia. Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (10) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 96 |
|
|
OGGI UNA VITTORIA DELL'ANTIMAFIA DELLA RAGIONE |
|
|
|
|
Tuesday 03 August 2010 |
|
 "Ancora una volta una grande vittoria dell'Antimafia della ragione, quella che, per la prima volta nella storia, produce leggi di contrasto alle mafie non sull'onda dell'emozione prodotta dalla violenza stragista, ma nella serena consapevolezza che e' un dovere sconfiggere le mafie". "Oggi abbiamo approvato un disegno di legge che attua un piano straordinario contro le mafie, volto a realizzare una strategia integrata, di ampio respiro, con l'ambiziosa finalità di rendere sempre più incisiva l'azione di contrasto da parte dello Stato, della magistratura e delle forze dell'ordine impegnate nel territorio. Il provvedimento ha lo scopo di ordinare, razionalizzare e, ove necessario, integrare la disciplina in materia di normativa antimafia, di misure di prevenzione, di certificazione antimafia e di operazioni sotto copertura. A tale scopo e' introdotto un codice delle leggi antimafia, delle misure di prevenzione e della documentazione antimafia. Sono previste misure sull'utilizzo di conti correnti per operatori economici coinvolti in appalti pubblici, per il trasporto di materiale impiegato nei cantieri e per l'identificazione degli addetti ai cantieri, sanzioni amministrative pecuniarie in materia di tracciabilità dei flussi finanziari, nonché nuove disposizioni sugli accertamenti fiscali di soggetti sottoposti a misure di prevenzione o condannati per alcuni reati". "È inserito nella lista dei procedimenti per i reati di grave allarme sociale quello relativo al reato di 'attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti'. Sono introdotte norme per i coordinamenti interforze antimafia a livello provinciali; e' istituita la stazione unica appaltante. Su questa strada continueremo già nei prossimi mesi con gli altri impegni assunti in Aula con l'ordine del giorno presentato da tutti i Gruppi, lavorando senza strumentalizzazioni, ma nell'interesse di tutti i cittadini che vogliono vedere i mafiosi poveri e in galera e lo Stato tutelare la società e il futuro delle giovani generazioni". Carlo Vizzini Commenti (11) | Aggiungi ai preferiti (10) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 182 |
|
|
DA NUMERI SENATO STOP A IPOTESI ALTRI GOVERNI |
|
|
|
|
Tuesday 03 August 2010 |
|

Il senatore del Pdl Carlo Vizzini, presidente della Commissione Affari costituzionali, sorride quasi compiaciuto rispetto alle ipotesi che si rincorrono da giorni su formule e ipotesi di governi, istituzionali o tecnici. "Qualcuno dimentica - ha osservato Vizzini - che il governo deve prendere la fiducia nei due rami del Parlamento. Bene: qui al Senato non c'è nessuna fiducia per governi diversi dall'attuale". "A stringere, dalle chiacchiere di questi giorni si ricavano due ipotesi principali: questa maggioranza ha i numeri per governare e andare avanti, sia alla Camera sia al Senato. A Palazzo Madama, Fli o non Fli, è la maggioranza uscita vincitrice dalle urne del 2008 che ha i numeri per impedire la nascita di qualsiasi governo diverso dall'attuale. Se, invece, si punta a paralizzare l'attività alla Camera, è evidente che la risposta spetterà agli elettori, come avviene in ogni democrazia che si rispetti". Commenti (11) | Aggiungi ai preferiti (10) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 177 |
|
|
INTERVISTA ALL'UNITA' (20 LUGLIO 2010) |
|
|
|
|
Friday 30 July 2010 |
Il senatore Pdl: «L’intervista di Gozzo a l’Unità coglie nel segno Le bombe di Capaci e via D’Amelio furono un golpe» - Intervista a Carlo Vizzinidi Roma Era giovedì, mi chiamò un magistrato di Palermo che stava facendo istruttoria a Roma per invitarmi a cena. Ci sarebbe stato anche Borsellino. La domenica dopo, tre giorni dopo, fu fatto saltare in aria con gli uomini della sua scorta. Durante quella cena il magistrato cercava un confronto sugli affari che la mafia stava facendo con pezzi importanti dell’imprenditoria nazionale”. Carlo Vizzini è oggi un senatore del Pdl e pesidente della Commissione Affari costituzionali del Senato. E’ stato fino a pochi mesi fa membro della Commissione Antimafia incarico che, precisa, “ho voluto lasciare un secondo dopo aver saputo di essere indagato a Palermo per corruzione e per cui mi sono messo totalmente a disposizione di chi indaga”. Allora, in quella bollente estate del 1992 Vizzini aveva lasciato da pochi giorni la guida del ministero delle Poste ed era segretario del Psdi. Senatore, di cosa parlaste quella sera con Borsellino? “Era chiaro come in quell’Italia dove la Prima Repubblica stava saltando con le inchieste di Tangentopoli, pezzi dell’imprenditoria nazionale stavano ormai trattando da tempo, in modo sistematico, con le famiglie di mafia. Era questo il chiodo fisso di Borsellino”. Perché ne parla o le ritorna in mente oggi? “Ho letto l’intervista su L’Unità di ieri al sostituto Nico Gozzo, aggiunto a Caltanissetta, l’ufficio titolare delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Ho trovato quell’intervista largamente condivisibile. Capaci e D’Amelio furono un golpe che cercò di tutelare un sistema”. Perché Borsellino si rivolse a lei? “Fui invitato a quella cena. Forse perché il mio partito, il Psdi, fu l’unico dopo la strage di Capaci a presentarsi in procura a Palermo il primo giugno del 1992 con un piano di lotta alla mafia che voleva rompere le collusioni nel mondo degli appalti e prevedeva la riapertura del carcere speciale di Pianosa”. Di cosa voleva parlare quella sera Borsellino? “Che l’imprenditoria e il mondo dei grandi appalti ormai sedevano allo stesso tavolo di Cosa Nostra. Furono fatti esempi spiegando che c’era qualcuno, non di Cosa Nostra, che trattava direttamente con i boss e le ditte”. E’ il contenuto del famoso rapporto del Ros dei Carabinieri consegnato a Falcone e Borsellino pochi mesi prima di morire. “E’ anche quello che poi disse l’imprenditore Angelo Siino. Spiegò che il signore degli appalti era lui. Ma nel giugno 1992 Siino, già arrestato, non collaborava ancora”. Gozzo a L’Unità dice che “nei 56 giorni tra Capaci e via D’Amelio Borsellino ha sofferto la solitudine e il tradimento”. Ha avuto questa sensazione? “Ebbi la percezione di avere davanti un uomo molto preoccupato, lucido e consapevole di non avere troppo tempo davanti a sé e di aver intrapreso una strada pericolosa ma necessaria”. Cenni alla trattativa tra Stato e mafia? “Borsellino non ne fece cenno anche se era nelle cose che diceva. Personalmente credo che la trattativa sia antecedente al 1992, collocabile ai tempi dell’attentato dell’Addaura…” Le menti raffinatissime di cui parlò Falcone… “E la trattativa non riguardò “solo” il fronte giudiziario della lotta alla mafia ma anche quello degli affari, degli appalti appunto. La trattativa doveva coprire i boss e le collusioni con il mondo degli affari”. C’era anche Fininvest tra gli imprenditori collusi? Atti giudiziari parlano di soldi per tutelare le antenne del Biscione e la Standa… “Non credo. Ci sono inchieste che hanno indagato a lungo questo aspetto e sono state archiviate. Hanno condannato Dell’Utri ma archiviato Berlusconi. Ho fiducia nella magistratura”. Capaci e via D’Amelio: Cosa Nostra ha fatto tutto da sola? “Lo escludo. Per far saltare il tritolo a Capaci Brusca è stato come minimo addestrato da specialisti di esplosivi. E chi ha agito in via D’Amelio ha saputo regolare al millimetro l’impatto dell’esplosione” Arriveremo alla verità? “E’ un dovere ineludibile, per la magistratura e per la politica. Altrimenti saremo una democrazia profondamente ferita”. 20 luglio 2010 Commenti (11) | Aggiungi ai preferiti (12) | Riporta questo articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 172 |
|
|